FAKE-NEWS, OLD STUFF (VIVIAMO NELLA MENZOGNA)

Viviamo in tempi disgraziati. All’apice dell’evoluzione tecnologica dove tutti comunicano con tutti e del consolidarsi del migliore dei mondi possibili, la democrazia del nuovo ordine mondiale, ci troviamo di fronte a fenomeni di regressione sociale spaventevoli che neppure la psicologia delle folle di Gustave Le Bon potrebbe spiegare.

Emulazioni aggressive, atteggiamenti gregari e irriflessivi, banalità informative e imbrogli patenti di politici e potenti, ipnotizzano e domano il gregge, il popolo bue, incanalando pulsioni irrazionali in guerre commerciali, conflitti religiosi e terrorismo suicida.

Siamo consapevoli del disastro umano e ambientale prodotto dal consumismo, eppure continuiamo a consumare; siamo certi di essere sudditi anziché cittadini, eppure continuiamo a votare; siamo convinti che la libertà non si baratta, eppure continuiamo a svenderla; ci lamentiamo dell’assenza o del degrado dei rapporti sociali e non riusciamo a cambiare i nostri.

La corruzione e la mancanza di trasparenza dominano la vita associata, ma lo stigma morale funziona fintanto che non sono nostri clientes a beneficiarne; le regole debbono valere per tutti, ma quando tocca a noi, ogni trasgressione è tollerabile, invocando lo stato di necessità; la menzogna permanente è inaccettabile ma ci aiuta a vivere; il rispetto per l’altro da sé è fondamentale, “ma quando ci vuole ci vuole”.

All’affermarsi di un luccicante mondo della comunicazione, globale, istantanea, multilingue, corrisponde la chiusura del sé e l’incapacità di esercitare empatia e compassione.

Così se a ogni processo di globalizzazione corrisponde un processo di localizzazione che arriva a pescare nelle passioni più torbide e sconfina nell’esaltazione del suolo e del sangue come appartenenza, in una deriva identitaria che produce odio politico, etnico o religioso, attraverso l’esaltazione della differenza, biologica o culturale, l’ansia da insicurezza ci dispone a cercare tutela nel facile e nel conosciuto.

Ogni struttura, sottoposta a una veloce accelerazione tende a cedere. Questo vale anche per le nostre strutture cognitive, quelle con cui percepiamo e interpretiamo il mondo. La fatica di riconfigurare modelli mentali e schemi cognitivi è troppa, perciò conviene restare in superficie e ragionare per stereotipi, dimenticare o essere rassicurati, da mamma TV o dallo psicanalista. L’importante è costruire le impalcature per reggere la struttura sbilenca del principio di realtà che lotta con i desideri frustrati e la paura del domani.

La gestione della dissonanza cognitiva — la differenza tra ciò che sappiamo e ciò che siamo pronti a nascondere — lo spostamento di attenzione ed energie verso l’appagamento immediato o la proiezione della ricompensa in paradiso, insieme alla rimozione consapevole, sono da sempre le fondamenta delle società che si basano sull’indottrinamento politico, ideologico, religioso.

In una società mercificata inondata da flussi immateriali in cui si compete per appropriarsi di beni estetici, ludici, ideativi, e in cui l’informazione è diventata una commodity, un bene di consumo, la prevalenza del simulacro sul reale rende inutile ogni forma di critica.

La società dello spettacolo come la definiva Guy Debord ci appaga proprio per quello che non ci dà, la voglia di conoscere, gli strumenti per capire, la chance di vivere in prima persona invece di avere esperienze vicarie del reale. In un mondo di realtà virtuali, mediatizzate, indirette, alberga quella pericolosa tendenza che ci induce a credere a tutto ciò che viene scritto, a tutto ciò che viene detto, senza verifica, senza domande.

Eppure viviamo in un’epoca in cui tutto si può raccontare, tutto puo essere pubblico, tutto puo essere discusso, compreso e criticato grazie a Internet e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Nonostante l’autogestione della propria informazione però, un ruolo di primo piano viene giocato dai media mainstream e dai loro officianti, i giornalisti, i promoters, gli spin doctors, le agenzie globali di comunicazione. Siamo così convinti che il giornalismo professionista stia a guardia della frontiera fra ciò che è di interesse pubblico e ciò che non lo è — il watchdog della democrazia — che dimentichiamo che esso è una “tecnica del racconto”, un modo professionale per selezionare e plasmare aspetti particolari della realtà, al fine di renderli masticabili a chi non ne ha avuto esperienza, e dimentichiamo che esso oggi soccombe a logiche commerciali, alla competizione sfrenata per catturare il tempo d’attenzione delle teste da vendere alla pubblicità con tecniche narrative che trasformano in verità anche la patente menzogna. Sfruttando le auree regole del giornalismo, è possibile confezionare eventi mediali e pseudoeventi, rispettando i valori notizia raccontatici da Mauro Wolf, decano della Sociologia della Comunicazione. Ma anche sfruttando l’uso sapiente di certi marcatori linguistici, garantendo la credibilità delle fonti, modellando contenuti verosimili.

Procedimenti “disinformativi” noti, oggi hanno un alleato in più: il linguaggio digitale, con le sue inedite possibilità di continua ricostruzione del reale, tramite la confezione di prove oggettive, soprattutto visive, ad alto impatto emotivo che, unite al carattere virale di sms, post ed e-mail, irrobustite dai rimandi ipertestuali fra siti che si certificano a vicenda, rappresentate nel top ranking dei motori di ricerca, trasformano ciò che è appena plausibile in qualcosa di concreto e reale.

Ugualmente, siamo così convinti che la comunicazione istituzionale debba rispondere a criteri oggettivi e che i suoi contenuti non siano né manipolati né orientati perché al servizio del cittadino, che non ci accorgiamo di come essa sia mirabilmente confusa e sostituita dalla comunicazione politica, quella che invece è frutto dell’interpretazione che i governanti danno della loro missione, che viene piegata ai suoi interessi dagli spin doctors, gli stregoni della notizia, i quali hanno il compito di “to sex up”, di rendere seduttiva e attraente, un’informazione spiacevole o sgradita al potente di turno. Analogo è il destino per la comunicazione scientifica o statistica, orfana di fonti condivise e ostaggio di criteri mobili ma “autorevoli”.

Immersi in un mondo di segni e simboli con sempre meno tempo per decofiticare il senso profondo dei messaggi cui siamo sottoposti, non c’è scampo. Credere o morire; o lasciarsi persuadere. Così anche la famiglia, la scuola, le chiese, le sette e tutte le strutture di socializzazione e di apprendimento che ti dicono ogni giorno cosa fare, cosa pensare, dove andare, bombardano la gracile struttura cognitiva delle masse atomizzate usando i cannoni della persuasione.

E la persuasione può essere qualificata come l’intento di ottenere, modificare o smettere un comportamento attraverso il ragionamento capzioso o gli appelli emotivi e induce “gli altri” a fare ciò che non farebbero di loro spontanea iniziativa, modificando lo stato mentale del ricevente grazie all’utilizzo sapiente di tecniche che elicitano risposte automatiche innervate nella struttura profonda della coscienza, meccanismi comportamentali di azione e reazione adatti a polli allevati in batteria…

Arturo Di Corinto

Teacher, journalist, hacktivist. Privacy advocate, copyright critic, free software fan, cybersecurity curious.

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