Che cos’è il copyright 2.0 e perché ci riguarda da vicino

“Se molti violano la legge forse la legge va ripensata”. Le alternative al copyright tradizionale

Una nazione di trasgressori

Nel suo ultimo libro, “Infringement Nation” (Una nazione di trasgressori), John Tehranian ha calcolato l’ammontare delle multe che una persona potrebbe dover pagare per violazione ripetuta del copyright nell’arco di un’intera giornata. Il risultato è di alcuni milioni di dollari.
Quello del libro è un caso estremo e paradossale, ma ognuno di noi si può identificare nel professore del racconto di Tehranian.

Copyright wars

Da una parte gli Studios hollywoodiani e le major del disco che lamentano la perdita di importanti ricavi a causa della pirateria, dall’altra i carrier di telecomunicazioni e gli Internet service providers accusati di favorirla.

Le leggi a tutela della “proprietà intellettuale”

Vero è che il copyright è diventato un campo di battaglia, ma è altrettanto certo che il copyright non è un diritto naturale.

Rubare è sbagliato, lo sappiamo tutti

Quelle leggi sono sbagliate, ma questo non vuol dire che sia lecito appropriarsi del lavoro altrui.

Le alternative al copyright tradizionale

Per questo motivo studiosi come Philippe Agrain parlano di “frenesia dell’appropriazione” (vedi il suo libro del 2007, Causa Comune) secondo cui gli attori industriali tentanto di imporre modelli di consumo sincronizzati sui loro prodotti attraverso una promozione sfrenata e sepre più invadente sia dello spazio pubblico che della vita privata.

Il Copyright 2.0

Negli anni sono state molte le proposte di modifica del copyright. Il maggior successo lo vanta l’iniziativa di Creative Commons avviata tra gli altri dal giurista conservatore Lawrence Lessig. Il suo scopo principale è di rimettere nelle mani degli autori il controllo delle opere per consentirne l’uso più ampio possibile senza mettere in discussione la possibilità di guadagnarci e di vedersene attribuita la paternità, un concetto sintetizzato nello slogan “Alcuni diritti riservati” e da un logo che include due “c” anziché una, dentro il consueto cerchietto che identifica il copyright tradizionale.

Teacher, journalist, hacktivist. Privacy advocate, copyright critic, free software fan, cybersecurity curious.

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